MOSTAR – Questa è la storia di Zielka e Vernes, ventenni di Mostar, lei cattolica, lui musulmano, amici in gran segreto. Ma questa è anche la storia di tutta l’ex Jugoslavia, di Israele, di Belfast, del Rwanda e di tutti quei luoghi in cui i confini sono sottili, la convivenza e la pace sono sempre pronte a saltare in aria. Zielka e Vernes si frequentano come due amanti clandestini, e invece sono solo amici. Vorrebbero divertirsi insieme, come quando erano bambini e le prime bombe non erano ancora scoppiate. A quei tempi, le loro famiglie erano unite e festeggiavano Natale e Ramadan insieme. Poi la guerra, la distruzione, le bombe tra fratelli e il crollo dello Stari Most, il Ponte Vecchio, patrimonio dell’Umanità, che divide ancora la sponda est della Neretva, dove vivono i musulmani, dalla sponda ovest, territorio dei cattolici. Anche se oggi gli uni possono circolare nelle zone degli altri, sotto l’occhio vigile dei caschi blu delle Nazioni Unite, le ferite sono ancora aperte e le divisioni nette.
CLANDESTINI - Il legame tra Zielka e Vernes fa scalpore. Lei lo va a prendere in auto e si ferma a due isolati da casa sua. Gli fa uno squillo al cellulare e lui la raggiunge in un posto sicuro. Come se a Mostar ci fosse ancora una zona franca, una “no man’s land”. Zielka si giustifica: «Meglio che non mi vedano, potrebbe essere pericoloso addentrarmi nel quartiere musulmano. E poi chi li sente i miei genitori. Non sono molto contenti che io frequenti Vernes». E pensare che, quando a Mostar si andava d’amore e d’accordo, le famiglie dei due ragazzi si aiutavano a vicenda. Nel 1992, la prima bomba serbo-montenegrina sulla città fece saltare una cisterna e con essa saltò anche Vernes, che si trovava nei pressi della costruzione. Aveva appena 6 anni, entrò in coma. «I miei genitori - racconta Zielka - aiutarono Vernes a mettersi in salvo. Venne portato in Australia e subì sette operazioni. Per un periodo rimase senza parte dell'osso del cranio prima di una ricostruzione plastica. È vivo per miracolo».
CHAT - Poi, tutto peggiorò, in un crescendo di violenza. Quando nel 1993 cattolici e musulmani, vicini di casa, cominciarono a uccidersi fra di loro, addio amicizia, addio solidarietà, addio Natale e Ramadan insieme. Le vite di Zielka e Vernes presero due strade diverse, questione di pochi metri, di tanta follia etnica. «Ci siamo incontrati dopo anni, per caso, in una chat - sorride Zielka -. Non ci abbiamo pensato un attimo a riprendere i contatti e a frequentarci di nuovo, anche se non troviamo molto seguito fra parenti e conoscenti. Per strada ci guardano male, nel migliore dei casi ci prendono in giro». Zielka va a mille: da Medjugorie, dove lavora, a Mostar, dove vive, impiega 40 minuti. Di solito quei 27 chilometri tutti curve, strade sterrate e risalite si percorrono in un’ora e mezza. Divora spazio e tempo, mangia come un uccellino e fuma una sigaretta dopo l’altra. Vernes la guarda e si vede che le vuole bene: «Non la ferma nessuno, lei scardina tutte le regole del nostro mondo. Fa amicizia con tutti e se ne frega delle differenze fra di noi».
A DUE PASSI DALL'EUROPA - Sarà il gusto di andare controcorrente, ma la ragazza non sembra curarsi del mondo intorno a lei e della sua famiglia. Vorrebbe dimenticare quell’infanzia sotto le bombe e andare avanti, pensa di tornare in Italia, dove ha trascorso parte della sua infanzia, grazie ai programmi d’aiuto per i bambini bosniaci. Alla domanda «Com’è stato vivere in quegli anni?», ci liquida: «Non ho voglia di parlarne». Anche Vernes pensa al suo futuro, con una punta di apprensione. Frequenta Economia e Commercio e conosce perfettamente inglese e spagnolo: «Nella mia università studiamo economia, storia, lingue. Ci preparano benissimo, ma la laurea bosniaca non serve a nulla fuori da questi stretti confini. Se volessi fare un master a Londra o a Milano qualcuno da lì dovrebbe garantire alloggio e soldi, essere responsabile per me al cento per cento. Per non parlare della trafila infinita di visti». Con i suoi vent'anni e la maglia del Barcellona indosso, Vernes sogna l'Europa. Ma rimane nei dintorni del Ponte Vecchio, dove lo conoscono tutti e lo prendono in giro per la sua amica "diversa". «Sono stupidi, ma prima o poi capiranno». Il segreto di Mostar ce lo svela con un sorriso amaro Zlatan, un anziano professore che oggi per vivere fa la guida turistica: «Questa è la faglia tettonica della storia. A Mostar e in tutta la Bosnia conviviamo come fratelli, ci amiamo. È solo che ogni tanto ci ammazziamo».
Ketty Areddia
corriere.it